Guardate l’inizio di un paragrafo qualsiasi in un libro stampato e vedrete un piccolo spazio vuoto: il rientro. Sembra non essere nulla, e in sostanza è proprio così. È il posto dove un tempo c’era un segno.
Il segno è il piede di mosca, ¶, la lettera rovesciata e raddoppiata che i programmi di videoscrittura mostrano ancora quando si chiede loro di rivelare i caratteri nascosti. Per un lungo tratto della storia della scrittura, non fu affatto nascosto. Stava in testa a un nuovo pensiero, spesso dipinto in rosso, e diceva al lettore che un’argomentazione era finita e un’altra era cominciata.
Una lettera diventata un segno
Il piede di mosca nacque come una lettera. Gli scribi che scrivevano in latino indicavano una nuova sezione, un capitulum, con una C; nel corso dei secoli la C acquistò un tratto verticale, poi un secondo, e la sua curva si riempì, finché non sembrò più una lettera, ma una piccola bandiera nera.1 Spesso veniva aggiunto dopo che il testo era stato scritto, da un’altra persona con un altro inchiostro: il rubricatore, incaricato di aggiungere il rosso.
Fu quella divisione del lavoro a dare inizio ai problemi. Lo scriba lasciava uno spazio all’inizio di ogni sezione, perché il rubricatore lo riempisse. Quando arrivò la stampa, i tipografi mantennero l’abitudine: componevano il testo nero e lasciavano lo spazio perché una mano aggiungesse in seguito i segni rossi. Ma sempre più spesso quella mano non arrivava.2 I libri venivano pubblicati con gli spazi vuoti. I lettori si abituarono a quegli spazi. Alla fine, lo spazio diventò il segno.
Il rientro come fantasma
È una delle storie più commoventi della storia della pagina, almeno per me. Ogni paragrafo rientrato che abbiate mai letto porta in testa una piccola assenza, il contorno di un segno rosso che nessuno ha dipinto. Da cinquecento anni leggiamo il fantasma del piede di mosca e lo chiamiamo spazio bianco.
In queste pagine, un po’ di rosso è tornato. Ogni paragrafo di un saggio ha il proprio numero nel margine, stampato in un secondo colore, e le prime parole di ogni saggio sono in rosso, come avrebbe fatto un rubricatore per indicare l’inizio di un testo. Non è nostalgia. Un numero è utile: permette al lettore di indicare il punto esatto su cui non è d’accordo con me. Sospetto che i segni rossi siano sempre serviti a questo.
Note
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Il nome ha una lunga storia, attraverso il francese e l’inglese, a partire dalla parola greca paragraphos, un segno a margine. Quando arrivò in inglese era diventato, tra le altre cose, «pylcrafte». Allora l’ortografia era una cosa più elastica.
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I conti erano semplici. Il testo nero si poteva stampare centinaia di volte in un’ora; i segni rossi andavano dipinti uno per uno. Una cosa costava poco, l’altra no, e vinse quella economica.
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