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SaggiN. 8Le cose che scandiscono il tempo · Parte 4 di 4

L’ultimo treno è una promessa

Ogni notte, il 23:52 parte lasciando quasi deserta una città. Non serve a nessuno, ed è proprio per questo che deve continuare a circolare.

Di Ilse Marrow3 minuti587 parole

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L’ultimo treno in partenza dalla città parte otto minuti prima di mezzanotte e, quasi tutte le sere, porta meno persone di quante siano le sue porte. Ho contato. Un martedì d’ottobre eravamo in undici, distribuiti in sei carrozze: due infermiere che tornavano a casa dal turno serale, un uomo con una custodia di violoncello che si addormentò alla prima fermata, un gruppo di studenti che scese insieme senza salutarsi e noi altri, ciascuno seduto rivolto all’indietro, a guardare le luci delle banchine spegnersi una dopo l’altra.

A fare i conti, il 23:52 non dovrebbe esistere. Un autobus farebbe lo stesso servizio a un decimo del costo, e un buono taxi per le infermiere costerebbe ancora meno. Il gestore lo sa; ogni pochi anni, una relazione di consulenza lo dimostra in una tabella.11Il più recente è scrupoloso, imparziale e lungo una quarantina di pagine. La raccomandazione è nel secondo paragrafo; le altre trentanove pagine spiegano perché nessuno la seguirà. Eppure il treno continua a circolare, e ho finito per pensare che lo faccia perché, in fondo, non è davvero un treno. È una promessa stampata in fondo a un orario.

Cosa dice l’ultima riga

Leggi un orario dal basso verso l’alto e cambia carattere. Le prime colonne parlano di capacità: quante persone, con quale frequenza, a quale velocità. L’ultima colonna parla d’altro. Ti dice fino a che ora puoi restare fuori, fin dove può spingersi lontano da casa una conversazione prima di dover finire. Segna il confine estremo di una serata.

Quando una compagnia ferroviaria sopprime l’ultimo treno, a protestare raramente sono le persone che lo prendevano. Sono quelle che avrebbero potuto prenderlo. La donna che non ha mai perso il 23:52 organizza comunque le sue cene sapendo che potrebbe farlo. Togli il treno e la cena finisce alle dieci, perché ora c’è un rischio, e il rischio basta.

Un orario è un elenco di partenze. La sua ultima riga è un elenco di permessi.

Scrissi quella frase sul retro di un biglietto, quel martedì d’ottobre, e ci credo ancora, anche se suona meglio a mezzanotte che al mattino.

A chi è destinato

La risposta più ovvia sono le infermiere, e hanno ragione di contare. Una città che vuole che si lavori di notte deve offrire loro un modo per tornare a casa che non dipenda da qualcuno che resti sveglio ad aspettarle. Ma conta anche il violoncellista, e contano gli studenti, e conta chiunque io sia su quel treno: una persona che si è trattenuta troppo a lungo a una cosa bella. L’ultimo treno è il modo in cui la città dice che ci si può trattenere troppo a lungo, entro certi limiti, una volta ogni tanto.

C’è un momento, a poche fermate dalla partenza, in cui il macchinista abbassa le luci nelle carrozze vuote per risparmiare energia, e il treno prosegue nel buio con illuminata solo la nostra carrozza, come una stanza portata via da una casa. Nessuno parla. Il violoncellista dorme. È il luogo più pubblico che conosca in cui essere completamente sola.

Il costo di una promessa

Non pretendo che questo sia un argomento che una commissione finanziaria accetterebbe. Una promessa costa proprio perché viene mantenuta nelle notti in cui non serve. È questo a renderla una promessa e non un servizio.22La distinzione viene da mia nonna, che la faceva a proposito dei fari, non dei treni. Non ne aveva mai visto uno; intendeva suo fratello, che telefonava ogni domenica, avesse o no qualcosa da dire. Il giorno in cui il 23:52 circolerà solo quando è pieno, smetterà di essere l’ultimo treno e diventerà un treno qualunque che capita di arrivare tardi.

Perciò conto i passeggeri, ma non dico a nessuno quanti sono. Undici è un numero piccolo. È anche il numero esatto di persone che basta a riempire una città della consapevolezza che da lì si può tornare a casa.

Note

  1. Il più recente è scrupoloso, imparziale e lungo una quarantina di pagine. La raccomandazione è nel secondo paragrafo; le altre trentanove pagine spiegano perché nessuno la seguirà. ↩

  2. La distinzione viene da mia nonna, che la faceva a proposito dei fari, non dei treni. Non ne aveva mai visto uno; intendeva suo fratello, che telefonava ogni domenica, avesse o no qualcosa da dire. ↩

La lettera

Una lettera, la prima domenica del mese.

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